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USA-Taiwan: un nuovo accordo strategico sui semiconduttori

​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Ultimo aggiornamento del 26.02.2025 | Tempo di lettura ca. 3 minuti

Siglato nel gennaio 2026, l’accordo tra Stati Uniti e Taiwan nel settore dei semiconduttori rappresenta un passaggio chiave nelle relazioni economiche tra i due Paesi. Tra investimenti industriali, sicurezza tecnologica e nuove dinamiche geopolitiche, l’intesa ridisegna l’equilibrio di una delle filiere più strategiche dell’economia globale.

Oggi i semiconduttori non sono più semplici componenti industriali: sono diventati uno snodo critico della sicurezza economica e dell’autonomia strategica delle principali economie mondiali. In un contesto segnato da instabilità geopolitica e da fragilità nelle catene di approvvigionamento, l’accordo USA-Taiwan si configura come una risposta congiunta per rafforzare la capacità produttiva e tecnologica su scala transpacifica.

Elemento centrale dell’intesa è l’impegno da parte di Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) - il maggiore produttore mondiale di chip su contratto - e di altri operatori taiwanesi a investire fino a 250 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi anni. I fondi saranno destinati alla costruzione di impianti di produzione avanzata, centri di ricerca, infrastrutture legate all’intelligenza artificiale e hub industriali altamente specializzati.

In cambio, gli Stati Uniti offriranno a Taiwan condizioni tariffarie preferenziali su un’ampia gamma di beni tecnologici, insieme a incentivi fiscali mirati per le imprese che decideranno di insediarsi sul territorio americano. Il tutto si inserisce nella più ampia strategia industriale di Washington, avviata con il CHIPS and Science Act, volta a riportare negli Stati Uniti competenze e capacità produttive nel settore dei microchip.

L’intesa riflette una tendenza ormai diffusa tra le economie avanzate: quella di diversificare le geografie produttive per ridurre la dipendenza da pochi hub localizzati. Dopo anni di forte concentrazione della produzione nell’Asia orientale, la pandemia e le tensioni commerciali hanno mostrato la vulnerabilità di filiere troppo centralizzate. L’obiettivo ora è costruire una catena del valore più ampia, flessibile e capace di resistere a shock improvvisi. L’accordo USA-Taiwan va letto in questo contesto: come una scelta strategica per garantire approvvigionamenti stabili e sicuri nel lungo termine.

Per Taiwan, si apre una nuova fase. L’intesa rappresenta un’opportunità di espansione industriale e un rafforzamento del legame con Washington. Ma pone anche una sfida: mantenere la propria leadership tecnologica, evitando che la progressiva internazionalizzazione riduca il peso strategico della produzione nazionale. Le autorità taiwanesi hanno chiarito che le tecnologie più avanzate - in particolare quelle legate ai nodi sotto i 3 nanometri - resteranno sull’isola, a tutela del proprio vantaggio competitivo.

Sul piano internazionale, la Cina ha reagito con fermezza, definendo l’accordo una forma di interferenza e un rischio per la stabilità regionale. Le tensioni geopolitiche restano quindi sullo sfondo, ma ciò non ha impedito a osservatori e analisti di accogliere positivamente l’intesa, letta come un modello di cooperazione tecnologica in un mondo sempre più frammentato.

Per le imprese, il quadro che emerge è ricco di implicazioni: filiere produttive più distribuite, incentivi transnazionali e possibilità di accesso a nuove piattaforme industriali congiunte. In un’economia globale dove l’innovazione corre su circuiti sempre più miniaturizzati, il patto tra Stati Uniti e Taiwan segna un passo concreto verso un nuovo equilibrio tra sovranità industriale, competitività e sicurezza economica.

Conclusioni​​

L’accordo USA–Taiwan sui semiconduttori comporta per le imprese una crescente esposizione a normative complesse, in particolare quelle statunitensi in materia di export control, sicurezza tecnologica e tutela della proprietà intellettuale. La crescente delocalizzazione della produzione richiede inoltre contratti internazionali più solidi, soprattutto su continuità delle forniture, gestione del rischio geopolitico e protezione dei segreti industriali. 

L’intesa potrebbe generare reazioni regolatorie da parte della Cina, con possibili impatti su export e accesso ai mercati asiatici, rendendo necessaria una due diligence preventiva sugli scenari geopolitici e sugli incentivi disponibili nei vari Paesi. 

In sintesi, le aziende dovranno muoversi in un contesto più regolamentato e geopoliticamente sensibile, bilanciando nuove opportunità industriali con un rafforzato presidio legale.​​​

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